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3 gennaio 2022

Transizione ecologica: la necessità di una governance condivisa

di Roberto Morabito*

Negli ultimi due anni il mondo è stato messo a dura prova: da un lato la necessità di azioni e politiche di contrasto agli impatti del cambiamento climatico, dello sfruttamento delle risorse e dell’aumento delle pressioni ambientali, dall’altro una pandemia globale che, tra l’altro, ha mostrato i limiti degli attuali sistemi economici, territoriali e sociali dei singoli Paesi, nessun escluso.

Per affrontare questa crisi è necessario uno sforzo enorme, che vale la pena di indirizzare nella giusta direzione, invertendo l’attuale rotta e puntando su un modello economico e di sviluppo più sostenibile. È necessario implementare una strategia di medio lungo periodo, che rafforzi resilienza e autonomia del Paese. La resilienza intesa anche come capacità delle filiere produttive di riadattarsi e far fronte velocemente a picchi improvvisi della domanda di prodotti e servizi, attraverso una diversificazione produttiva e un efficientamento della catena logistica. L’autonomia intesa anche come rafforzamento di settori fondamentali come l’agro-alimentare, il biomedico/sanitario, l’Hi-Tech, o con alto valore aggiunto, che consenta una gestione non emergenziale in caso di shock pandemici.

Se guardiamo all’Europa le sfide e le pressioni ambientali menzionate sopra hanno spinto a fissare obiettivi sfidanti ridisegnando il modello di sviluppo futuro e proiettando l’UE come leader nella transizione ecologica. Si tratta, tuttavia, di un processo complesso che interessa la produzione e il consumo di beni e servizi, il modo in cui costruiamo le città, i modelli di trasporto, l’approvvigionamento e il trattamento idrico, la gestione dei rifiuti e la rigenerazione ambientale. Tutti questi interventi devono esser accompagnati da un processo condiviso e consapevole di governance della transizione sul territorio che coinvolga tutti gli attori della cosiddetta quadrupla elica.

Un esempio è certamente il modello dell’Economia Circolare per il quale fondamentali strumenti sono lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie, metodologie e approcci per l’uso e la gestione efficiente delle risorse e la chiusura dei cicli nelle imprese, nelle filiere e nelle aree urbane. Tale modello può garantire, da un lato una maggior produttività complessiva sul territorio, dove le imprese collaborano per l’ottimizzazione del ciclo delle risorse e la riduzione delle emissioni, assicurando dall’altro vantaggi sul piano ambientale e sociale. Sfruttando, inoltre, la “rivoluzione digitale” è possibile accelerare e promuovere al meglio tali modelli di business basati su approcci collaborativi tra aziende dissimili (quali ad esempio simbiosi industriale) e nuovi modelli di consumo (sharing economy, pay for service, ecc.).

La transizione ecologica è certamente una grande sfida per le imprese, data la portata della trasformazione necessaria che porterà a cambiamenti sia tra che all’interno dei settori economici, ma è di certo anche una grande opportunità.

Ovviamente esistono ancora numerose barriere che limitano lo sviluppo e la diffusione, tra l’altro, di tecnologie più pulite, di nuovi modelli di business e di consumo, rallentando o, in certi casi, impedendo l’affermazione di opportunità industriali legate alla transizione. Tra queste barriere vi è la carenza di competenze, la mancanza di modelli che favoriscano l’innovazione, una regolamentazione pubblica che non favorisce l’applicazione di nuove tecnologie, carenza di infrastrutture, fondi pubblici malamente allocati (es. sussidi dannosi al livello ambientale), incertezze legislative e regolamentari e barriere finanziarie.

Sia l’Europa con il Green Deal che l’Italia con le diverse azioni (investimenti e riforme) oggetto del PNRR hanno definito il quadro delle politiche e delle normative necessarie per superare le suddette barriere e per promuovere l’innovazione per la transizione ecologica.

I fondi direttamente attribuiti alla transizione ecologica, gestiti dal MiTE, ammontano al 37% di tutti fondi (investimenti e riforme) del PNRR. Questi fondi dovranno esser sfruttati per gestire in modo realmente integrato la transizione ecologica. L’Italia presenta, infatti, forti differenze. Ad esempio da un lato il nostro Paese registra situazioni ambientali preoccupanti legate a una perdurante carenza di fondi per la gestione e manutenzione del territorio (rischio idrogeologico, cura delle infrastrutture ecc), dall’altro si registrano significativi risultati di miglioramento nelle prestazioni ambientali specialmente in alcuni comparti industriali: circa il 40% dei consumi elettrici è stato soddisfatto da produzioni rinnovabili (quasi il doppio della media Europea); riusciamo a riciclare circa l’80% dei rifiuti (urbani e speciali) contro una media Europea del 49%, alcune filiere, come quella del legno, ricorrono in alcuni casi quasi esclusivamente alle materie prime seconde con il 95% di legno riciclato per la produzione di pannelli per l’arredo.

In questo quadro, il PNRR rappresenta una grandissima opportunità ed è assolutamente vitale per il futuro del Paese che questi fondi siano sfruttati presto e bene, anche se non è possibile non sottolineare come per alcuni casi, ad esempio quantità e qualità degli investimenti dedicati alla transizione circolare, il Piano stesso sia estremamente carente.

Nell’ambito della transizione ecologica un ruolo chiave è quello degli organismi di ricerca per favorire il raccordo e la coerenza tra gli obiettivi realizzativi, fissati dalle politiche e dalle strategie, con le modalità e le soluzioni tecniche con cui le imprese realizzeranno gli investimenti.

Il compito di questi organismi potrebbe essere molteplice a supporto (i) del sistema produttivo, per facilitare il trasferimento e l’adozione di tecnologie, metodologie e approcci sostenibili, (ii) della PA locale e del territorio, per l’implementazione di una visione integrata e la realizzazione dei progetti per la gestione del territorio, la prevenzione dei rischi naturali e antropici, la difesa del capitale naturale, del patrimonio infrastrutturale e della salute, (iii) del tessuto sociale, promuovendo azioni di informazione, disseminazione di best practice, confronto per gestire in maniera condivisa e consapevole il processo di transizione, (iv) e verso le future generazioni promuovendo investimenti in ricerche di sistema e di frontiera per la realizzazione delle infrastrutture e delle attrezzature scientifiche d’avanguardia e garantendo così competitività e sostenibilità al paese.

In conclusione, la transizione ecologica è una sfida che va gestita in tempi brevi, il primo strumento operativo con il quale affrontarla è il PNRR che dovrà esser realizzato entro il 2026. L’obbligo che hanno i soggetti chiamati a gestire questo processo è che si mantenga una visione integrata della transizione e non ci si limiti a effettuare in affannosa emergenza tanti singoli investimenti non coordinati e non condivisi con le comunità locali dove tali investimenti andranno, in prima battuta, a impattare.

 

*Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali ENEA