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Transizione Ecologica e Digitale: 2 manifatture su 3 non investono

Il piano Next Generation EU ha sancito il connubio definitivo tra digitalizzazione e green economy. L’Unione Europea, per rafforzare la competitività dell’economia del continente, ha così posto le basi per una “duplice transizione”, ecologica e digitale, con l’intenzione di portare i Paesi dell’Unione verso un’economia sostenibile e a zero emissioni.
Ma a che punto del percorso si trovano le imprese italiane?

Secondo una recente ricerca di Unioncamere e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, all’interno del settore produttivo, su un campione statisticamente rappresentativo di 3.000 imprese manifatturiere tra i 5 e i 499 addetti, solo il 6% delle PMI ha è “arrivato al traguardo” o comunque è nel tratto finale del percorso della duplice transizione ecologica e digitale (imprese Green&Digital – G&D). Il 26% delle imprese manifatturiere si trova a metà strada, avendo investito nella sostenibilità ambientale o nell’Industria 4.0 (imprese Green or Digital – GorD), mentre quasi 2 imprese su 3 (62%) sono ancora ai blocchi di partenza: non hanno investito e non hanno intenzione di farlo nel breve né in sostenibilità ambientale né in digitalizzazione (imprese noG&noD). Secondo la ricerca esiste infine una piccola quota di imprese (6%) che, sebbene non abbia ancora investito nella duplice transizione, ha programmato di investire nel green e/o nel digitale (imprese potentialGD).

Dal punto di vista dell’industria 4.0, solo il 17% delle aziende intervistate dichiara che ha investito o sta investendo sulla transizione digitale. Tra queste, emerge chiaramente una particolare predisposizione a investire maggiormente in tecnologia che coinvolge l’hardware piuttosto che il software: se il 24% delle aziende investe sulla simulazione tra macchine connesse per ottimizzare i processi e il 18% sulla robotica (robot collaborativi interconnessi), solo il 13% dichiara di aver investito in data analytics per l’ottimizzazione di prodotti e processi. Percentuali che scendono addirittura all’1-2% nel caso di investimenti che riguardano la cybersecurity e la blockchain. Sembra essere quindi la macchina ciò che traina la trasformazione digitale, mentre il software arriva solo in un secondo momento ed in funzione dell’utilizzo della prima. Come spiega Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del centro studi delle camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, il 70% degli investimenti in trasformazione digitale deriva dalla volontà di aumentare l’efficienza del sistema produttivo, mentre il 21% è guidato da motivazioni esterne, come esigenze dettate da imprese committenti, clienti o disponibilità di incentivi. Solo il 10%, infine, dichiara di scegliere la strada del digitale per i vantaggi offerti dagli incentivi.

Altro dato significativo che emerge dal report è che solo il 25% delle micro-imprese conosce i temi e le possibilità offerti dalla trasformazione digitale, mentre tra le aziende medio-grandi il dato sale al 44%. Tra resistenze culturali e difficoltà di investimento, però, la scarsa conoscenza e i ritardi che ne derivano sembrano rappresentare un pericolo per il nostro sostrato economico: le aziende manifatturiere con le maggiori prospettive di crescita nel 2022 sono, infatti, solo quelle che hanno già scelto e investito in trasformazione digitale.


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