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27 settembre 2021

Dopo il 110, oltre il110.

di Angelo Luigi Camillo Ciribini, Università degli Studi di Brescia

Il settore si trova oggi ad affrontare una fase espansiva dovuta sia agli investimenti in capitale sociale fisso, specialmente infrastrutturale, sia al sostegno all’edilizia privata, attraverso misure differenziate che vedono un riferimento iconico nel cosiddetto Super Bonus 110%, supportato anche dal Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) e dal Piano Nazionale degli Investimenti Complementari (PNC).

L’auspicio è, ovviamente, che tale fase non sia solo congiunturalmente limitata al breve termine, ma, a questo proposito, è necessario riflettere sulla riconfigurazione del versante della domanda e dell’offerta.

Per quanto riguarda la domanda pubblica, il PNRR stesso agisce in diversi modi, sia attraverso la misura generale concernente la riforma delle amministrazioni pubbliche sia mediante le misure relative ai singoli procedimenti tecnico-amministrativi e ai relativi contratti pubblici.

Esempi immediati sono offerti dalla rivisitazione del DM 560/2017 e dalle Linee Guida del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici in materia di progettazione di fattibilità tecnico-economica, dal rilievo assunto dalla rivisitazione dei processi autorizzativi, in attesa del novellato codice dei contratti pubblici, nel cui orizzonte si staglia la riduzione del novero delle stazioni appaltanti e delle amministrazioni concedenti e la loro riqualificazione.

Il versante della domanda privata è, invece, in attesa di un approccio strutturale alla rigenerazione urbana, connotato dalla crescente fortuna del Super Bonus 110% (che rappresenta la punta di un sistema incentivante di antica data e di plurima attuazione), specie per quanto inerisce agli interventi condominiali e ai profili tanto dei General Contractor quanto delle piattaforme tecnologiche che vedono coinvolte collaborativamente soggetti diversi, tra cui primarie istituzioni finanziarie e grandi società consulenziali.

In materia del versante dell’offerta, tanto nei contratti pubblici quanto in quelli privati, la forte spinta espansiva della domanda pubblica, privata e partenariale, ne segna una forte ripresa, nei confronti di alcuni lustri di profonda crisi strutturale, ma, al contempo, ne sollecita la configurazione.

Più che la scarsità di manodopera e il rincaro delle risorse materiali e strumentali, fattori di per sé fondamentali, ciò che appare evidente è la sfida che il rilancio del settore pone allo stesso su entrambi i prospetti, della domanda e dell’offerta, del pubblico e del privato.

Si tratta di una sfida assai insidiosa, poiché essa agisce su piani differenziati.

Il primo di essi è valoriale, nel senso che influisce sulla natura del prodotto, declinandolo nei ben noti, anche se spesso vaghi o ambigui, livelli della sostenibilità, della circolarità, della inclusione sociale, del cambiamento climatico.

Un esempio significativo riguardante l’inclusione sociale, è offerto dal contrasto alla povertà energetica, obiettivo ben presente nella Renovation Wave Strategy comunitaria, riflesso nell’incremento di interventi di riqualificazione energetica di interesse dell’edilizia residenziale pubblica.

Così come accade in altri settori, tuttavia, la «transizione ecologica» e il Green Deal pongono una serie di incertezze sui tempi e sui modi della trasformazione, che rischiano di rivelarsi eccessivamente affrettati e drastici ovvero di risolversi in una loro sostanziale neutralizzazione, oltre ogni accettazione retorica e nominale.

L’evoluzione del prodotto, non esclusivamente immobiliare, ma pure infrastrutturale, implica e comporta, però, alcuni passaggi non trascurabili rispetto ai processi.

Non è un caso che la digitalizzazione, citata colla stessa frequenza della sostenibilità, incida principalmente sui modelli organizzativi e i tratti identitari.

Tali modelli, a loro volta, chiamano in causa la capacità, per così dire di cultura industriale, di integrazione tra sfere committenti, professionali e imprenditoriali, cioè tra attori delle catene di fornitura, che oggi dovrebbe essere agita dal dato, ma che si erge, da un secolo, ad ambizione sovente velleitaria, accompagnata dalla fatidica questione della frammentazione dimensionale e dall’allungamento delle catene di fornitura.

Proprio in questa sede, che non è tanto data dalla Quarta Rivoluzione Industriale in se medesima, bensì dall’aspirazione, fallita, di alcuni operatori (WeWork e Katerra) di farsi Technology Company o «unicorni», si trova il nucleo della questione.

Guardare non solo «dopo il 110%», ma anche «oltre il 110%», significa, dunque, riconoscere un tema che si presenta in maniera duplice.

Da un canto, infatti, occorre domandarsi come il settore possa rendere relativamente anelastica e duratura una esplosione della domanda oltre il 2026 (giacché tutti i piani edilizi e infrastrutturali sono, in qualche maniera, connessi al PNRR/PNC), senza invocare genericamente la rigenerazione urbana.

Da un altro lato, si deve ammettere che, di là di una dimensione «concreta» degli interventi, che ovviamente non può venire meno, una visione di medio e di lungo termine della ripresa del settore passa attraverso una accentazione «immateriale», perché, per quanto possiamo enfatizzare le innovazioni tecnologiche che riguardino i singoli componenti di un edificio o di una infrastruttura, molto rilevanti, specie per gli interventi sul costruito esistente, la capacità relazionale di questi cespiti immobiliari e infrastrutturali, che, con un certo riduzionismo semplificante, definiamo «gemelli digitali», pensando ai sensori e ai modelli informativi, ci parla di un nostro, e di un loro, discernimento, di una intelligenza, naturale o artificiale, che oggi appare remota al capottista del Superbonus 110% ma anche al progettista di importanti viadotti stradali o ferroviari, ma che è probabilmente destinata a imporre la tematica della interazione tra utenti umani e cespiti costruiti.

A guardare bene, questa interazione, che nell’immaginario giunge sino a una autonomia del cespite dalla decisione umana, colle relative implicazioni etiche, ci parla del ciclo di vita delle opere e dei cicli delle vite delle persone, cioè di quella categoria intangibile che costituisce forse l’essenza del prodotto come servizio che potrebbe davvero permetterci di andare dopo il PNRR/PNC in una dimensione ulteriore che il Piano stesso, in realtà, poco considera, non fosse altro che per la sua intrinseca ragione finanziaria di investimento puntuale.

Di là delle riforme richieste, se si vuole che il PNRR/PNC funga da leva prospettica oltre il suo stesso orizzonte, occorre iniziare a sollecitare gli attori del sistema a riflettere sul proprio cambio di paradigma.

La pandemìa stessa, che vede le particelle virali trasmettersi principalmente per via aerea come aerosolizzazione a corto, a medio o a lungo raggio, urgendo il tema della qualità degli ambienti confinati, in un certo senso, pone la possibilità che si «operi» un edificio o una infrastruttura alla stessa stregua di un volo.

Ora, probabilmente, l’ambizione di WeWork o di Katerra, non guardava al passato e al confronto mancato con l’industria l’esito 2.0, 3.0 o 4.0, ma al futuro di quella idea di Platformization delle Tech Company, che, coi propri algoritmi, avviluppano il cittadino o cliente in un ecosistema da cui difficilmente esso possa uscire: colla marginalità immaginabile.